Il declino della retorica

Dunque Perelman propone questa nuova retorica che studi tutti i modi di argomentare, anche quelli persuasivi, questi ultimi miranti all’accettazione o al rifiuto di una tesi in discussione. La nuova retorica è una teoria dell’argomento persuasivo per qualsiasi tipo di uditorio, mentre Aristotele aveva contrapposto la retorica alla dialettica, la prima utilizzata per un pubblico ampio e non specializzato, la seconda per due soli interlocutori; l’oggetto di questa nuova tecnica è “lo studio del discorso non dimostrativo, l’analisi dei ragionamenti che non si limitano ad inferenze formalmente corrette, a calcoli più o meno meccanizzati”; dunque la nuova retorica può rivolgersi a qualunque tipo di “uditorio”, il quale, inoltre, è una nozione che verrà più volte discussa nel corso della trattazione. Secondo Perelman convincere e persuadere non sono la stessa cosa.

Perelman, poi, distingue due atteggiamenti filosofici secondo un criterio ben preciso, vale a dire che il ruolo attribuito alla retorica si contrappone al ruolo attribuito all’evidenza: ci sono filosofi che disprezzano la retorica negando la sua validità “scientifica” e le attribuiscono solo la capacità di convincere le persone di una verità più o meno “valida” mentre ciò che conta è l’intuizione immediata; in pratica ciò che si dimostra tramite intuizione o deduzione può solo successivamente essere divulgato tramite la retorica; ci sono, poi, altri filosofi che le attribuiscono un ruolo importante, che è quello di persuadere l’uditorio qualora non ci siano verità immediatamente evidenti.

Il declino della retorica si può attestare a partire dal XVI secolo, quando si è affermato il ruolo preminente dell’evidenza, a discapito di alcune verità non immediate e che dunque devono essere dimostrate tramite argomentazioni persuasive; dopo Ramo, dunque, col pensiero cartesiano, si abbandona totalmente la retorica come disciplina scientifica a favore di una scienza del sapere immediato, evidente.

Per Perelman, l’oblio della teoria dell’argomentazione, la svalutazione della retorica, hanno condotto alla negazione della ragion pratica e tutti i problemi dell’azione sono stati ridotti a problemi di conoscenza, vale a dire di verità o di probabilità (intesa in senso statistico); il ragionamento persuasivo, epidittico, utile a rafforzare l’adesione a certi valori, non ha spazio in questo tipo di mentalità. Tuttavia, tutti coloro che credono all’esistenza di scelte ragionevoli riguardanti questioni pratiche, precedute da discussioni e deliberazioni, non potranno fare a meno della nuova retorica, della nuova teoria dell’argomentazione.

Sulle prime Perelman tende a presentare questa teoria come “complementare” alle scienze induttive/deduttive, mentre poi la impone anche come tecnica mirante a stabilire delle verità; dunque la nuova retorica non si limita all’ambito pratico. Del resto, il periodo in cui vive Perelman, è un periodo in cui vengono messi in dubbio i principi stessi dell’episteme, della scienza, per cui si può supporre che, in mancanza di certezze e di principi su cui basare tutto, solo una teoria dell’argomentazione può dare avvio ad una nuova concezione della scienza; del resto le definizioni, i concetti, i principi stessi sono solo convenzioni, scelte “arbitrarie” che possono variare nel corso della storia  Kuhn e la teoria dei paradigmi variabili nel tempo.

Perelman afferma che la scelta delle definizioni e dei modelli è compito dell’argomentazione persuasiva; lo stesso discorso vale anche per la scelta del linguaggio. In generale, dunque, quando non ci sono punti fissi e tutto è arbitrario, solo una teoria dell’argomentazione persuasiva può portare a dei risultati concreti; si può ricollegare il ruolo della ragion pratica anche quando si tratta di problemi teorici.
Nel secondo capitolo Perelman affronta il problema dell’uditorio ed affronta il problema della dicotomia tra dimostrazione ed argomentazione: la prima è formale, deduttiva, basata su regole esplicite, priva di ambiguità, impersonale, acontestuale e mirante alla verità, mentre la seconda ha delle caratteristiche opposte (p. 21). Una dimostrazione si basa su assiomi certi e veri a priori, si prescinde del pubblico (non ci si preoccupa di sapere se questi assiomi sono o meno accettati dal pubblico, dal momento che questi sono sempre veri) e le conclusioni, salvo ragionamenti sbagliati, sono sempre vere, indipendentemente dalle opinioni dell’uditorio; nell’argomentazione, invece, non ci sono assiomi veri sempre, ma solo per lo più o comunque generalmente accettati (non universalmente) e le conclusioni a cui si arriva non possono prescindere dalle opinioni del pubblico, non sono impersonali. In generale, in una argomentazione retorica, in un ragionamento dialettico, le verità non sono mai impersonali ma sono “verità” tra virgolette, quasi mai universalmente accettate; infatti lo scopo di un’argomentazione non è quello di dedurre conseguenze da certe premesse, bensì quello di “suscitare od accrescere l’adesione di un uditorio alle tesi che si presentano alla sua approvazione”; essa dunque presuppone un contatto fra la mente del’oratore e quella dell’uditorio.

Nell’argomentazione, si deve prevedere la possibilità che l’uditorio prenda parola e considerare quest’ultimo come un insieme di persone da cui non si può prescindere; inoltre, ci si deve adattare all’uditorio, alle sue opinioni, passioni ed idee. Anche nella deliberazione intima è indispensabile un “contatto fra le menti”, che poi sarebbero le “due menti” dell’oratore/uditorio.

La possibilità di prendere parola e venire ascoltati è una sorta di privilegio che non sempre è concesso. Colui che argomenta, poi, non si rivolge a determinate facoltà, come la ragione, le emozioni, ma all’uomo nella sua totalità; per questo il buon oratore userà ogni volta dei metodi diversi, a seconda di quali sono i suoi fini e scopi e di quali emozioni vuole suscitare nell’uditorio.
Dunque, quale è la natura di questo uditorio? Non tutti coloro in condizione di percepire il discorso sono configurabili come “uditorio”, né a fortiori tutti coloro in condizione di leggerlo; l’uditorio dunque non è l’insieme di coloro che recepiscono il messaggio, né di coloro che espressamente sono interpellati. La definizione che Perelman suggerisce è “l’insieme di coloro che l’oratore vuole influenzare con il suo discorso”; dunque l’uditorio può andare dall’oratore stesso fino all’umanità intera, tanta è la sua varianza in termini qualitativi (in termini di ignoranza o specializzazione tecnica) e quantitativi (in termini di numero di persone interpellate).

Ci sono dunque diversi tipi di uditorio:

  • secondo i più individualisti e razionalisti, una deliberazione intima fornisce un modello di ragionamento in cui si cercherebbe di non nascondere nulla a sé stessi, proprio perché non c’è niente da nascondere che l’oratore stesso già non sappia; tuttavia i moderni sviluppi della psicologia mostrano che è possibile auto-ingannarsi e già prima Schopenhauer affermava implicitamente tutto ciò; comunque, anche qualora non ci si auto-inganni, c’è pur sempre la possibilità di sbagliarsi o di “indursi in errore”;
  • con un singolo uditorio sembrerebbe più semplice arrivare ad una conclusione comune, in quanto c’è meno dispersione di energie ed inoltre può esserci maggiore interazione tra i due interlocutori, tramite risposte e domande – dialettica socratica/platonica. Si suppone inoltre che l’altro interlocutore non voglia ingannarci né contrastarci;
  • con un uditorio di specialisti ci si comporta diversamente, poiché si presuppone che le persone che formano l’uditorio già conoscano l’argomento o comunque conoscano perlomeno le nozioni base riguardanti l’argomento; molte cose dunque possono essere sottintese, date per scontate, in quanto solo eccezionalmente (e non di norma) esse possono essere rimesse in discussione. Quanto maggiore è l’importanza di queste tesi scientifiche condivise dalla comunità, tanto più grave sarà metterle in discussione l’abbandonarle, al punto limite di arrivare ad una rivoluzione scientifica; in questo caso, chi vorrà mettere in discussione queste tesi, dovrà affrontare un’ardua lotta prima di far accettare le proprie tesi e dovrà farlo tramite un’argomentazione persuasiva (in quanto non ci sono più dei “principi immediati”);
  • mentre lo specialista od il sacerdote sanno come esporre le loro idee, il filosofo si trova in una situazione più complessa, in quanto il suo uditorio è praticamente universale, sebbene questa tesi sia discutibile, poiché anche il filosofo ha un suo uditorio particolare; infatti non l’intera umanità è sempre la diretta recettrice delle idee di un filosofo. Il filosofo dunque deve ritenere che una certa tesi sia suscettibile di imporsi a qualsiasi essere sufficientemente illuminato; egli dunque dovrà fare leva sul senso o sull’opinione comune. Tuttavia, come si fa a stabilire se una persona sia o meno “sufficientemente illuminato”? Comunque sia, sarà colui che è in disaccordo a dover dimostrare che la tesi generalmente accettata è errata. La dialettica ha dunque un’importanza fondamentale nelle teorie argomentative.

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