Perelman – Il problema dell’oratorio

Le differenze vengono superate dalle argomentazioni che generano consensi. Secondo alcuni, il consenso dipende solo da particolari caratteristiche di alcuni argomentatori:

  • abilità nell’uso del linguaggio;
  • penetrazione psicologica degli interlocutori;
  • ruolo in rapporti di forza preesistenti.

Secondo altri esso viene da qualcosa che vale per tutti:

  • l’interesse per la verità;
  • la capacità di riconoscerla e di avvicinarsi ad essa.

Ci sono due modi di persuadere:

  1. attraverso le emozioni degli uditori e sulla leva che si può fare tramite essi per ottenere consensi ed adesioni;
  2. attraverso il mostrare la verità all’interlocutore.

Esistono argomenti di questo genere, che cercano di mostrare la verità all’interlocutore? Quali conseguenze ha l’intendere l’argomentazione nell’uno o nell’altro modo? Sembrano esserci infatti argomentazioni non “logiche”, meramente retoriche e che non mirano alla verità ma solo alla persuasione.

Perché si deve dare ascolto all’argomentazione? Nel primo caso questa domanda equivale a: perché devo espormi ad un tentativo di seduzione, che cambierà una parte di me? Nel secondo caso equivale a: perché devo curarmi della verità su questa materia?

Perelman propone una nuova retorica o teoria dell’argomentazione che studi tutti i modi di argomentare, anche le teorie persuasive che non vengono studiate dalla logica formale. Ci sono alcune condizioni necessarie dell’argomentazione:

  • sullo sfondo deve esserci un contatto delle menti;
  • l’oratore deve avere la possibilità di prendere parola ed essere ascoltato;
  • l’oratore deve rivolgersi all’essere umano nella sua totalità e non ad un solo aspetto di esso;
  • l’argomentatore deve adattarsi all’uditorio, scegliendo come premesse tesi che l’uditorio stesso ammetta.

Le premesse dell’argomentazione sono di tre generi: fatti, presunzioni e valori. Fra gli oggetti di accordo bisogna distinguere quelli che riguardano il reale, cioè i fatti e le presunzioni e quelli che interessano il preferibile, cioè i valori.

L’uditorio non è l’insieme di coloro che recepiscono il discorso, né coloro a cui l’oratore espressamente si rivolge, bensì coloro che l’argomentatore vuole influenzare con il discorso: sé stesso, un singolo interlocutore, un gruppo di specialisti o l’uditorio universale. La natura del’uditorio influenza sia i caratteri dell’argomento, sia la portata dell’argomentazione; quanto più è ampio e vario l’uditorio per il quale è accettabile, tanto più potere ha l’argomentazione. Ovviamente un argomento universalmente accettato ha una potenza suprema (fino a prova contraria).

C’è una differenza sostanziale tra argomenti persuasivi ed argomenti che mirano al convincere: il discorso rivolto ad un uditorio particolare mira a persuadere, mentre quello rivolto all’uditorio universale mira a convincere; ovviamente quale sia l’uditorio dipende solo dall’oratore. Secondo Kant c’è differenza tra convinzione logica, dove c’è fondamento oggettivo, nonché verità o falsità e persuasione, dove il fondamento è solo soggettivo e non esiste vero o falso. Se l’essere convinzione o persuasione dipende dall’oratore, allora anche la verità dipende dall’oratore e dunque l’imporsi della verità è un imporsi molto efficace del giudizio dell’oratore. Secondo Perelman, nel Gorgia Socrate è un esempio di ciò, perché impone sotto forma di verità un punto di vista particolare che però, attraverso l’approvazione dell’intero uditorio, diventa una verità universale a fronte di una generalizzazione non del tutto attendibile. Secondo Perelman, un discorso convincente è quello le cui premesse e argomenti siano universalizzabili ed accettabili, in linea di principio, da tutti i membri dell’uditorio universale… ma come si stabilisce questo? Che cosa precisamente dipende dalle intenzioni dell’oratore?

La prima possibilità è che dall’oratore dipenda solo quale sia l’uditorio, ma non quali singoli soggetti ne facciano parte: tuttavia, se un astante dissente, il potere dell’oratore diminuisce; la seconda è che dall’oratore dipenda anche quali soggetti ne facciano parte.

L’accettabilità del discorso dipende del tutto dall’oratore? Se l’uditorio è un gruppo concreto di persone, no, poiché l’opinione dell’uditorio può variare; se invece l’uditorio è un ente ideale allora sì.

Le nozioni di razionale e ragionevole dipendono dal singolo oratore o hanno dei confini oggettivi? Secondo alcuni (Kant, Aristotele) hanno dei confini oggettivi, vale a dire che ci sono delle verità oggettive; in questo caso l’oratore non può decidere quale sia l’uditorio universale.

Un discorso convincente è quello le cui premesse e argomenti siano universalizzabili ed accettabili, in linea di principio, da tutti i membri dell’uditorio universale; appartiene all’uditorio universale qualsiasi essere senziente sufficientemente illuminato; ma chi decide chi è “sufficientemente illuminato”? L’oratore? Se il discorso dell’oratore sembra affidabile, sta a chi vi si oppone dimostrare di non andare contro l’opinione comune.

Nel Trattato dell’argomentazione, Perelman afferma che è l’oratore a decidere quale sia la verità per il suo uditorio. Kant afferma che, qualora un giudizio sia valido per chiunque possieda la ragione, allora è oggettivamente valido e si può parlare di convinzione; Perelman afferma che argomentazione convincente sia quella che “si ritiene” possa ottenere l’adesione di qualunque essere ragionevole.

Chi presenta il proprio discorso come accettabile per l’uditorio universale ricorre a nozioni quali “verità”, “certezza”, “evidenza”, etc ed in base a queste nozioni traccia i confini dell’uditorio stesso: fanno parte di esso coloro che si attengono a ciò che è un “fatto obiettivo”, “evidente”.

L’appartenenza all’uditorio universale non è un fatto sperimentalmente approvato ma una convinzione dell’oratore stesso, in base alla quale, chi non né potrà far parte per un motivo qualsiasi, non sarà preso in considerazione; non è una questione di fatto, bensì di diritto. Praticamente per poter essere parte dell’uditorio universale, una persona deve implicitamente accettare le “regole” e le premesse dell’oratore; deve aderire al pensiero dell’oratore. Ci sono dei “fatti” veri, delle verità assolute a cui tutti devono aderire; chi non aderisce è considerabile come irragionevole. Ciò che è evidente non può essere dimostrato o comunque la dimostrazione non ha alcun effetto, poiché la cosa è già di per sé lampante; la ragione “costringe” l’individuo ad accettare ciò che di per sé è vero. Perelman rileva che le nozioni universalizzanti sono rivedibili e non hanno un contenuto e un fondamento indipendente da particolari gruppi sociali. Come distinguere l’evidenza vera da quella falsa? E’ possibile che gli argomenti in sé abbiano la validità obiettiva? Pareto afferma che il consenso universale invocato non è spesso se non la generalizzazione illegittima di una intuizione particolare.

Diversi soggetti hanno diverse nozioni universalizzanti o attribuiscono loro contenuti diversi; dunque che cosa è “evidente”? Niente è fisso e “universale”. Possiamo capire l’oratore tramite l’immagine che egli si fa dell’uditorio universale; questa si forma in ognuno a partire da quanto egli sa dei suoi simili, in modo da trascendere le opposizioni delle quali ha coscienza. Così le nozioni di “universale” e di “essere ragionevole” rischiano di essere un artificio per imporre a tutti il proprio punto di vista. Se l’argomentazione che si considera atta a convincere tutti poi non convince, si può squalificare chi la nega, indicandolo come pazzo od irragionevole, insomma neutralizzandolo; questo si può fare solo se il numero o il valore intellettuale dei proscritto non siano tali da rendere ridicolo il procedimento in sé. Di fronte ad un dissenso troppo numeroso, si può contrapporre all’uditorio universale un uditorio scelto dotato di mezzi di conoscenza eccezionali ed infallibili (superiore, secondo l’opinione dell’oratore). Come deve essere inteso questo uditorio scelto? Esso incarna l’uditorio universale solo per coloro che gli riconoscono tale compito di avanguardia e di modello, mentre per gli altri non costituirà che un uditorio particolare; l’uditorio scelto è considerato come un’elite. Gli uditori si giudicano vicendevolmente; essi non sono indipendenti l’uno dall’altro bensì ognuno può far valere le proprie idee sull’altro; l’uditorio universale non definito può essere invocato per criticare un altro uditorio concreto su determinati concetti o giudizi, o per giudicare i concetti stessi oppure le persone che fanno parte di un singolo uditorio.

Le caratteristiche dell’uditorio universale non dipendono solo dalle intenzioni dell’oratore o dalle peculiarità di un uditorio concreto; dall’oratore o dal suo uditorio può dipendere un’immagine di uditorio universale, peraltro criticabile sempre da chiunque. Dunque chi è l’uditorio universale? Da chi o cosa dipende? E soprattutto, quale ragione si ha per considerare il punto di vista di un gruppo migliore o peggiore del punto di vista di un altro gruppo? Dove si trova la verità oggettiva? I dissensi fra gruppi dovrebbero essere “superati”, sintetizzati ma questo non porta comunque necessariamente alla “Verità”, sempre che ve ne sia una.

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