Le città invisibili di Calvino

calvino - le città invisibili

Dall’otto al dodici maggio si è svolta la ventisettesima edizione del Salone Internazionale di Torino, la più importante manifestazione italiana nel campo dell’editoria. Piena di novità e ricca d’incontri con personalità di grande fama, l’edizione 2014 ha sorpreso i partecipanti, scegliendo un tema centrale dalle infinite sfumature: il bene.

Ogni giornata della manifestazione è organizzata nel dettaglio, caratterizzata da un programma che tocca ogni angolo della cultura. Tra gli scrittori citati, interpretati e letti nel corso dell’evento, ha ricoperto un grande ruolo Italo Calvino, protagonista di alcuni degli incontri previsti. Uno di essi, intitolato “Le città di Italo Calvino”, svolto domenica 11 maggio a cura dell’associazione Dal segno alla scrittura, con letture e riferimenti al celebre romanzo “Le città invisibili”.

La pubblicazione di quest’opera risale al 1972 e Calvino stesso comprende che si tratta del libro in cui ha scritto più cose, nel quale sono contenute molte delle sue riflessioni sulla realtà. La complessità del libro non si limita ai contenuti, ma è accentuata e compresa nella stessa struttura scelta dall’autore.

Il romanzo, infatti, in cui Marco Polo descrive all’imperatore dei Tartari Kublai Khan 55 città differenti, è diviso in nove capitoli, ciascuno racchiuso da una cornice costituita dal dialogo tra i due personaggi.

In ogni capitolo, tuttavia, vi è una divisione ulteriore di tipo tematico che raggruppa le città rappresentate in diverse categorie, tra cui “le città e la memoria” o “le città sottili”. In questo modo il lettore può scegliere se seguire la successione dei capitoli o se leggere la descrizione seguendo i differenti temi, diventando egli stesso partecipe del gioco della narrazione.

Questo è l’obiettivo del gioco combinatorio di Calvino: far sì che il lettore rifletta sulla narrazione, sul modo in cui è concepita e sui meccanismi alla sua base. Tuttavia, non è solo la struttura a confondere chi si appresta a scoprire le città invisibili dagli antichi nomi femminili; ancor più difficile è comprendere il filo che lega i posti fantasiosi descritti da Marco Polo con parole e gesti.

Ogni città è particolare, ha una caratteristica unica e allo stesso tempo è simile alle altre. Il narratore veneziano non vuole raccontare gli aspetti estetici dei posti visitati, ma cogliere l’essenza dietro le cose che l’occhio vede, il significato nascosto di ogni luogo.

Cloe è una città in cui gli abitanti immaginano conversazioni, amori e follie che potrebbero accadere tra loro, ma in cui nessuno osa anche solo salutarsi e tutti rimangono estranei destinati a vivere di sguardi.

Fedora, invece, è una città di cui non si conosce l’aspetto, ma della quale tutti hanno immaginato possibili destini che ora sono solo sfere di cristallo racchiuse in un museo. La descrizione fantasiosa e surreale di queste e di tutte le altre città fa riferimento a numerosi temi, dai quali però trapela un’unica sensazione.

Tale sensazione è la consapevolezza di non poter afferrare la realtà, poiché quando essa risulta chiara nella mente è già cambiata intorno al pensatore. Il mondo, immaginato e raccontato da Marco Polo, è un mondo in cui ciascuno può avere qualsiasi futuro, eppure solo quando è già parte del passato, comprende che tale destino poteva realizzarsi.

È solo alla fine che il narratore svela il significato misterioso della sua ricerca in luoghi veri e immaginari: è la realtà confusionaria in cui viviamo a costituire “l’inferno dei viventi” e la scelta dell’uomo è accettare il caos della vita o rischiare per sempre cercando ciò che dall’inferno si differenzia.

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