La storia di una cura dalla schizofrenia: Non ti ho mai promesso un giardino di rose di Joanne Greenberg

Non ti ho mai promesso un giardino di rose (I never promised you a rose garden) è il nuovo libro uscito per la casa editrice l’Asino d’oro, tradotto da Fulvia Iannaco e con una prefazione di Giovanni Del Missier. Esce per la prima volta negli Stati Uniti nel 1964, viene tradotto in tredici lingue riscontrando un buon successo editoriale. Ora viene riproposto in Italia dopo una prima pubblicazione nel 1974.

Non ti ho mai promesso un giardino di rose - Joanne Greenberg

Il libro è scritto da Joanne Greenberg e racconta la storia della malattia mentale di Deborah Blau, una giovane ragazza adolescente che si trova a combattere con la schizofrenia.
Deborah però non è sola in questa dura lotta. La ragazza viene presa in cura nella clinica psichiatrica di Rockville nel Maryland al Chestunt Lodge Hosital dove inizia a svolgere regolarmente la psicoterapia con la dottoressa Fried (Frieda Fromm-Reichmann), un affermato medico che nonostante i notevoli impegni che la occupano in varie attività cliniche e di ricerca decide di prendere in cura la ragazza proprio per la sua giovane età.
Il libro descrive per filo e per segno senza alcun timore o timidezza tutte le sfaccettature della malattia mentale. In particolare emerge come le malattia, la schizofrenia, che probabilmente è la malattia più temuta perchè da sempre pensata incurabile, possa invece essere curata se presa in tempo e se trattata con la psicoterapia. Questa è la filosofia della clinica e in particolare della Fromm Reichmann la quale inizia un lento e assiduo lavoro di ricerca con la sua paziente.
Il libro è autobiografico anche se scritto in forma di romanzo. In un primo momento Joanne Greenberg decide di pubblicarlo sotto pseudonimo; questa scelta è in parte dovuta ad un’esplicita richiesta della madre e in parte è legata ai pregiudizi che potevano scatenarsi nei riguardi di una ex malata di mente. Successivamente l’autrice decide di pubblicarlo a suo nome venendo alla scoperto senza più timori di giudizi e regalando al pubblico una parte della sua storia più intima.
Pubblicando a suo nome la Greenberg difende anche il lavoro della sua psicoterapeuta in un momento storico (siamo negli anni ’60) nel quale la “pazzia” viene definitiva un modo come un altro di essere, una libertà esistenziale o una condizione oggettiva da accettare senza speranza.
La Greenberg sa bene che non è così e la testimonianza più viva di questo pensiero è proprio questo lavoro che spiega con notevole chiarezza il dramma della malattia.

Nei vari capitoli che si susseguono emergono i pensieri della ragazza fin da quando era bambina.
Pagina dopo pagina affiora in modo sempre più nitido il rapporto di Deborah con la famiglia, con i compagni di scuola e quello con la sorella. La ragazza costruisce già in tenera età un mondo parallelo per difendersi dagli altri e da quello che crede di se stessa.
Successivamente emergono anche i rapporti con le altre pazienti del reparto con le quali è costretta a convivere, gli infermieri, i dottori della clinica e sopratutto il rapporto con la dottoressa Fried, un legame difficile all’inizio ma assolutamente indispensabile e costruttivo grazie al quale Deborah cambierà per sempre. E’ la dottoressa Fried a dire a Deborah non ti ho mai promesso un giardino di rose, per dirle che il mondo non è perfetto ma bisogna essere liberi, liberi dalla malattia, per poter essere in grado di scegliere.

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