Se l’università non agevola il diritto allo studio

Spesso ripenso a quella vecchia storia del “diritto allo studio”, un argomento che ciclicamente ritorna ad essere un vero e proprio dibattito.
In Italia sembra ormai appurato che la percentuale di laureati sia davvero bassissima, la più bassa d’Europa. Ma questo problema si lega solo al fatto che sia difficile trovare lavoro dopo la laurea oppure ci sono altri motivi che scoraggiano i ragazzi ad iscriversi? Sicuramente i dati sul lavoro non sono positivi; sono di pochi giorni fa i dati Eurostat piuttosto scoraggianti sull’occupazione: solo due laureati su tre riescono a trovare lavoro dopo tre anni dalla laurea.
Se questi dati scoraggiano i giovani ad iscriversi all’università, un altro dato sembra essere rilevante per la scelta: l’ammontare delle tasse universitarie.
In teoria lo stato aiuta, tramite borse di studio e assegni familiari, chi non ha abbastanza risorse economiche per affrontare questa spesa. Inoltre va detto che le tasse universitarie in Italia non sono particolarmente alte rispetto agli altri stati europei.
Nonostante queste premesse le tasse universitarie non sempre sono realmente proporzionate al reddito di una famiglia.

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Ci sono alcuni casi particolari da prendere in considerazione.
Per esempio mi è capitato di parlare con una ex-studentessa che mi ha raccontato la sua storia in merito alle tasse universitarie. Ha frequentato l’università Roma Tre che, come tante altre università italiane, ha un regolamento sui contributi universitari non proprio impeccabile. Il regolamento universitario di Roma Tre dichiara che lo studente per considerarsi uno studente autonomo deve avere alcuni requisiti, che sono:

  • residenza esterna all’unità abitativa della famiglia di origine, da almeno due anni rispetto alla data di presentazione della domanda per la prima volta a ciascun corso di studi, in alloggio non di proprietà di un suo membro.
  • redditi da lavoro dipendente o assimilati fiscalmente dichiarati, da almeno due anni, non inferiori a 6.500,00 euro annui con riferimento ad un nucleo familiare di una persona.

Lei il primo requisito lo possedeva. Aveva da due anni la residenza in un’altra città in una casa di sua proprietà. Il secondo requisito no. Non possedeva un lavoro da due anni che arrivasse alla cifra indicata. Decide di affittare la sua casa e di partire per Roma per intraprendere gli studi.
La famiglia di origine non l’ha aiutata economicamente e non gli ha pagato le tasse universitarie.
Pur non essendo più nel nucleo familiare, pur avendo un reddito personale ricavato dall’affitto che le ha permesso di mantenersi almeno in parte, non è riuscita trovare un lavoro part-time (anche per questioni di tempo) ma ha trovato un lavoro ad ore pagato in nero (è risaputo che in Italia ti fanno spesso lavorare in nero, sopratutto se sei studente).

Ogni anno ha fatto la sua dichiarazione dei redditi pagando, come dovuto, il reddito derivante da affitto. Se per lo stato questo è un reddito valido, per l’università statale no. A questo punto la ragazza è stata costretta a dichiarare di essere nel suo vecchio nucleo familiare, ha dovuto inserire nell’Isee non solo il suo reddito più il patrimonio, ma anche quello dell’intera famiglia. I redditi si sono sommati, il reddito complessivo è salito di parecchio e la ragazza è stata costretta a pagare una tassa che non era nelle sue capacità contributive.

Lei non voleva pagare il contributo minimo ma pagare le tasse equivalenti alla sua capacità contributiva da singolo individuo che vive e si mantiene da solo.
Ovviamente, dato che in Italia è pieno di evasori e ci sono stati molti casi in cui per pagare meno tasse i genitori chiedevano ai figli di cambiare residenza per risultare autonomi anche quando non lo erano realmente, i regolamenti universitari sono diventati più rigidi per evitare false dichiarazioni.
Ma quando invece un ragazzo è davvero autonomo anche se non guadagna 6.500 euro l’anno e la famiglia non contribuisce al suo sostentamento in nessuna forma perchè è costretto a risultare in una fascia contributiva che non corrisponde alle sue reali capacità?
E perchè il reddito di un affitto non equivale al reddito da lavoro? Sempre reddito dovrebbe essere considerato.

Queste e tante altre domande si pongono i ragazzi o le persone adulte che non vogliono o non possono essere mantenute dalla famiglia ma che in alcuni casi non arrivano ad avere questi requisiti. L’università dovrebbe essere in grado di occuparsi di ogni caso specifico considerando le persone come individui singoli con rispettive capacità e non solo come membri di una famiglia. L’università dovrebbe anche sapere che se un ragazzo non riesce a trovare lavoro dopo la laurea probabilmente sarà ancora più difficile trovarlo mentre sta ancora studiando.

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