L’ottocento in Russia

Fino al 1917 la società russa rimase divisa in ordini. Le corporazioni di mercanti avevano una ideologia patriarcale e illiberale ed erano poco propense allo sviluppo commerciale ed industriale. L’ordine dominante era la nobiltà, non feudale ma legata all’apparato statale del Settecento realizzato da Pietro il Grande.
La ricchezza era legata alla terra, divisa in grandi latifondi e coltivata da contadini (i servi della gleba).
Lo stato russo era un’autocrazia, il potere dello zar veniva direttamente da Dio. Egli doveva rispettare le leggi ma poteva cambiarle, attraverso decreti legge (univa il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario). Il potere dei ministri era proporzionale alla loro vicinanza con lo zar.
Amministrazione e politica restarono confuse in un unico potere, non nacque dunque una classe burocratica moderna.
Le riforme degli zar, rare, si scontravano con la nobiltà provinciale. Furono molto dure le repressioni dei movimenti liberali (sia degli ufficiali insorti nel 1825 che dei rivoluzionari polacchi 1830).
Nel periodo in cui la Russia partecipò alla Santa Alleanza espanse il suo impero in Finlandia, Caucaso, Polonia e Bessarabia. Il sistema venutosi a creare dopo il congresso di Vienna entrò in crisi con la guerra di Crimea contro Francia e Inghilterra.
Lo zar Alessandro II, conscio dell’inadeguatezza del sistema economico e politico russo tentò alcune riforme. Nel 1861 50 milioni di contadini vennero liberati dalla servitù della gleba ma non ci fu alcuna riforma agraria e i contadini restarono senza lavoro, nella più totale povertà. Resistette, come struttura, la comune. L’emancipazione dei contadini mise in crisi la nobiltà russa che perse gran parte dei suoi territori; entrò in crisi la classe dominante russa.
Non servì a nulla il reazionarismo di Alessandro III che restituì ai nobili provinciali i poteri giudiziari e amministrativi nelle campagne. Vi fu una riforma della giustizia che dava una qualche indipendenza alla magistratura (sovranità delle corti, inamovibilità dei giudici, nascita dell’avvocatura) tuttavia lo zar continuava a riservarsi un ambito amministrativo extragiudiziario attraverso cui deportava ed esiliava nel suo immenso territorio i suoi nemici.
Intelligencija: il processo riformatore produsse un ampio sviluppo del ceto medio intellettuale: professori, letterati, giornalisti, ma anche giudici, funzionari, militari consci dell’arretratezza e critici verso lo status quo.
Un russo, Alexander Herzen, viene considerato (metà 800) il padre del socialismo nella forma del populismo rivoluzionario, sulla scia delle rivoluzioni europee del 1848.
Molti giovani intellettuali divennero nichilisti senza nessuna speranza nè verso il riformismo dall’alto né verso la rivoluzione dal basso.
Nacque anche l’anarchismo, con Michail Bakunin. Giovani intellettuali proveranno a spingere le masse contadine, fallendo, alla rivolta. Queste proteste porteranno al terrorismo (l’uccisione di Alessandro II, lo zar riformatore) e alla nascita del partito operaio socialdemocratico russo, fondato da Plekhanov, con l’influenza di Marx. Il partito si divise dopo qualche anno in una minoranza (menscevichi) ed una maggioranza (bolscevichi). Il ventennio riformatore di Alessandro II si chiuse con il suo assassinio e il figlio Alessandro III attuò una politica di panslavismo, russificazione delle minoranze etniche e antisemitismo fino alla violenza e all’eccidio (pogrom) degli ebrei delle regioni meridionali.
Il ministro Sergei Witte, fervente sostenitore dell’autocratismo, con l’appoggio dello zar Nicola II iniziò una politica di industrializzazione, destinando risorse ai nuovi ceti imprenditoriali e non alla nobiltà in crisi. Mosca e San Pietroburgo erano le uniche eccezioni alla mancanza di classe operaia russa a fine ‘800. La popolazione urbana tuttavia non superava il 12%.
La sconfitta contro il Giappone accellerò lo scoppio della prima rivoluzione nel 1905. Nicola II concesse pieni diritti civili ed avviò la costituzione. Ogni ordine partecipò alla Duma, una assemblea elettiva nazionale. Lo zar mantenne l’elezione di metà della camera alta, il diritto di veto su ogni legge, il controllo delle spese militari. La prima Duma richiese suffragio universale, abolizione della camera alta, riforma agraria. Dopo due mesi, estate 1906, fu sciolta dallo zar. Witte fu sostituito da Stolypin che stroncò il movimento con una dura repressione. Stesso destino toccò un anno dopo alla seconda Duma che fece richieste ancor più radicali data la presenza di partiti socialisti e rivoluzionari e dell’estrema destra al posto dei liberali democratici che parteciparono alla prima Duma. Nel 1907 Stolypin e l’alta borghesia realizzarono un colpo di stato reazionario. Con il nuovo governo aumentò la tradizionale frattura città/campagna e nonostante il tentativo di formare una proprietà contadina autonoma prevalse nello scontro politico la nobiltà fondiaria che riprese parte del suo potere.
L’industria conobbe comunque un forte slancio trainata da Mosca e San Pietroburgo che divennero due grandi capitali operaie. La terza Duma fu strumento del mondo fondiario provinciale e operò in accordo col governo. Crescenti atteggiamenti ultra reazionari dello zar si conclusero con l’assassinio di Stolypin nel 1911. Nel 1912 ripresero gli scioperi mentre si disfacevano le forze politiche tradizionali.

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