La performance di Marina Abramović al MoMA

Nel 2012 è uscito per Feltrinelli il film documentario sulla performance di Marina Abramović presentata al MoMA di New York dal titolo The Artist Is Present. Il cofanetto contiene oltre al film un libro a cura di Francesca Baiardi che raccoglie alcune interviste dell’artista e diversi contributi critici sul suo lavoro.

L’Abramović è nata a Belgrado nel 1946. Durante gli anni 70′ mette in scena le sue prime performance nelle quali indaga il rapporto con il proprio corpo arrivando ad esiti talvolta estremi che gli permettono una ricerca profonda su se stessa e sulle possibilità di controllo durante le sue azioni. Celebre in questi anni è la serie intitolata The Rhythm, nella quale l’artista con gesti rituali indaga il rapporto tra dolore e piacere.

Per molti anni lavora insieme al compagno e artista, il tedesco Ulay, fino a quando non si separano alla fine degli anni 80′. Le loro performance, spesso audaci, indagano il rapporto tra uomo e donna in una collaborazione strettissima e quasi simbiotica fino alla rottura definitiva celebrata anch’essa con una lunga azione artistica durata 90 giorni e conclusa sulla Grande muraglia cinese.
L’Abramović è ad oggi un’artista conosciuta in tutto il modo, lei stessa di definisce la grandmother della performance. Nel 1997 vince il Leone d’oro alla Biennale di Venezia con l’opera Balkan Baroque, ma è sopratutto grazie alla retrospettiva al MoMA e relativo film documentario che la sua arte viene finalmente conosciuta dal grande pubblico.
La performance The Artist Is Present inizia a marzo del 2010 e si conclude a maggio.
L’Abramović si presenta al museo tutti i giorni, vestita di rosso, seduta inizialmente dietro ad un tavolo che in seguito decide di togliere. Le persone, una per una, possono sedersi di fronte a lei; tra i due non c’è altra comunicazione che lo sguardo, non ci deve essere né scambio di oggetti né di parole.
Il tempo di permanenza lo decide chi si siede, non c’è nessuna regola in proposito.
La regola dell’artista è invece quella di rimanere seduta per tutto il tempo dell’azione senza alzarsi mai.

Per spiegare il termine performance, ci viene incontro la stessa Marina affermando che questo termine in fondo potrebbe sembrare generico poichè fa riferimento a diverse forme d’arte, come la musica il teatro e la danza.
Lei cerca di definirlo mettendo a punto alcuni elementi imprescindibili per il suo lavoro:

“La performance art è una costruzione mentale e fisica nella quale io entro, di fronte ad un pubblico, in uno specifico tempo e luogo”.

Il pubblico è di fondamentale importanza per la riuscita della performance:

“Per me è cruciale che l’energia venga effettivamente dal pubblico e si traduca attraverso di me: io la filtro e la lascio tornare al pubblico”.

Senza il pubblico – racconta – non sarebbe una “vera” performance.

Queste premesse sono evidenti anche in The Artist Is Present dove appare fondamentale il contributo del pubblico che, con le sue reazioni, le sue attese, il suo stupore, modella il tempo dell’arte. Un pubblico che da gruppo che osserva diventa un insieme di individui che si prestano al rapporto diretto con lei.

In un’intervista fatta all’Abramović, l’artista racconta il suo stupore di fronte all’enorme afflusso di persone al museo e dice anche che più le persone rimanevano davanti a lei per più tempo possibile, più lei traeva una quantità di “energia” superiore che le permetteva di portare avanti il lavoro con più facilità. Nella performance, inoltre, tutto sembra ruotare attorno alla perdita della “cognizione del tempo”; l’artista racconta come questo effettivamente accadeva:

“Le persone arrivavano e restavano sedute insieme a me per quaranta minuti e pensavano che fossero solo dieci minuti”.

In più molti ritornavano o rimanevano fino a tardi per vedere se la performance continuasse anche dopo la chiusura del museo.

Guardando il film si rimane fortemente colpiti dalla reazione emotiva che emerge da chi si siede di fronte all’artista. Molte persone scoppiano in lacrime; Marina spiega questa reazione delineando due aspetti importanti di questo suo lavoro.
Da una parte emerge l’individualità del singolo che si trova “isolato” in quel preciso istante ma che al tempo stesso è osservato dal gruppo e dall’artista. L’individuo a sua volta guarda l’artista e si crea una “triplice osservazione”; a quel punto l’individuo è come se guardasse se stesso, si trova di fronte alla propria esistenza e piange di sé, come se si trovasse di fronte ad uno specchio e davanti alla sua immagine reale, ed è per questo che l’emozione prende il sopravvento.

marina-abramovic

Sembra una cosa apparentemente semplice: due persone che si guardano per un certo tempo negli occhi. Ma dietro a The Artist Is Present c’è un duro lavoro, una concentrazione ferrea, un perfetto controllo del corpo e una resistenza enorme.
Marina si presenta al museo tutti i giorni per tre mesi e sta seduta per sette ore, il venerdì dieci perchè il museo chiude più tardi. L’artista si sottopone a diversi mesi di preparazione per creare la sua opera d’arte. Passati i tre mesi racconta di essersi sentita sopraffatta dalle emozioni, gli è sembrato di vivere come in un sogno.

Ma mostra al MoMA ha dato la possibilità all’Abramović di dare visibilità al suo lavoro. Il film permette inoltre di comprendere il grande sforzo che prepara l’artista alla performance, fase per fase. In un’intervista fatta da Fulvio Paloscia, l’artista sottolinea come la possibilità di fare una retrospettiva al MoMA e il film che documentasse il suo lavoro è stata una possibilità per mostrare la verità del suo lavoro. Per Marina l’arte performativa non era mai stata riconosciuta nel modo giusto. Questo film vuole essere anche di esempio per i giovani artisti che vogliono cimentarsi con questo tipo di arte:

“E’ stato molto importante … non solo per me… ma per tutti i giovani artisti che decidono di seguirmi, di crearsi uno spazio, un passato, un punto di partenza, dal quale la performance può diventare un’arte diffusa e venire compresa nel miglior modo possibile.”

Nel 2015 Marina fonda il “MAI”, Marina Abramović Insitute, in una cittadina a nord di New York. Nel 2006 compra un edificio che ristruttura per farlo diventare una Accademia Delle Arti Immateriali. Al MAI Marina vuole fondere arte e conoscenza, e sopratutto vuole che chi partecipa si liberi di tutto ciò che di superfluo domina la vita delle persone. Oltre agli artisti anche il pubblico può partecipare, ma chi entra deve lasciare l’orologio e il cellulare dentro un armadio “dimenticandosi” di quello c’è fuori. Un viaggio purificatorio che si avvale di metodi forse un po’ mistici ma che racchiude l’esigenza, sopratutto per chi vuole lavorare con il corpo, di ritrovare un’energia interna propria, capace di resistere alle cose più imprevedibili.

Un commento


  • katia Buscema

    ….mi prendo il lusso di non leggere le ultime pagine di “attraversare i muri”, perché così continuo ad assaporare la vita di una donna che spingendosi sempre oltre, in ciò che crede ed in ciò che la connette all’universo, mi fa vibrare quell’effimero nervo vitale che sembra ricongiungere tutte le verità delle mie memorie. Grazie Marina…….. xche senza saperlo sei presentissima nella mia quotidianità.

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