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Il gioiello di Giotto. La “Cappella degli Scrovegni”

Recentemente mi sono recata a Padova per una classica gita fuori porta, curiosa di visitarla,  in apparenza una città come tante altre, ma in realtà si differenza dalle altre in quanto sede dei più importanti cicli pittorici italiani firmati da Giotto, ovvero la “cappella degli Scrovegni”;  conosciuta e ammirata in tutto il mondo, un simbolo per la città, un monumento di cui i cittadini vanno molto fieri. Consiglio di visitarla a tutti coloro che vi capitano nei paraggi, piccola, ma così preziosa e ricca di significato. Inoltre è collocata al centro di un parco, immersa nel verde, vicina ad altri musei, si può raggiungere facilmente a piedi dalla stazione senza utilizzare ulteriori mezzi di trasporti.

Riguardo alla storia della cappella abbiamo ben pochi documenti, ma si narra che Enrico Scrovegni, un ricco banchiere Padovano, nel 1300 acquistò un terreno che includeva i resti di un antico anfiteatro romano con lo scopo di erigervi il suo palazzo a cui, in un secondo momento, si sarebbe aggiunta la cappella appunto, che per Enrico rappresentava una sorta di riscatto d’immagine della propria famiglia che vantava una fama non buona per colpa del padre Reginaldo, noto usuraio, che viene citato anche da Dante nella Divina Commedia, nel nono girone dell’inferno dove, durante il suo percorso, incontra gli usurai, tra cui il padre, che recava al collo il medaglione con il simbolo della famiglia che rimandava al suo cognome, la scrofa.

Valeva così tanto per lui questo progetto che probabilmente lo stesso Giotto lo raffigurò negli affreschi della cappella esattamente nella scena del Giudizio Universale, al centro, sotto la grande immagine del Cristo nell’atto di consegnare il modellino della cappella alla Vergine, che tra l’altro viene rappresentato in egual dimensione, pari agli stessi beati e dannati e questo gesto per l’epoca fu piuttosto surreale, fece scalpore, non fu ben visto soprattutto dai monaci del convento accanto (gli Eremitani) che pensavano fosse più un ostentazione, una celebrazione della persona di Enrico, andando così a distogliere l’attenzione dal reale valore che rivestiva la cappella ovvero quello di lodare e celebrare la gloria di Dio.
Enrico Scrovegni decise di commissionare la decorazione della Cappella a Giotto intorno al 1303, era già a Padova in quel periodo, trasferitosi da circa due anni, probabilmente chiamato per realizzare alcuni affreschi nella Basilica di Sant’Antonio che si affaccia sulla bellissima piazza del Prato della Valle.

L’esterno si presenta molto semplice, rivestito interamente in mattoni con arcate a tutto sesto inquadranti vetrate che percorrono l’intero corpo laterale della cappella, permettendo così di far penetrare luce naturale al suo interno.
La facciata principale è costituita da un portale sormontato da una mezzaluna bicolore che racchiude la figura della Vergine Maria, alla quale è dedicata la cappella, al di sopra di essa vi si trova, al centro, posta simmetricamente, una trifora sormontata da un motivo a merlatura che si ripete sulle altre facciate, andando a chiudere così la decorazione esterna, con il tetto e un globo alla sommità, simbolo del potere Universale.
Se l’esterno non convince, in quanto privo di particolari elementi e decorazioni, lasciatevi incuriosire, stupire dal suo interno che di sicuro lascerà a bocca aperta chiunque, anche i meno appassionati di arte.

I visitatori vi accedono da un ingresso secondario che conduce direttamente al cuore della cappella, all’interno della navata centrale, unica presente,  ricoperta da una volta a botte. Vi si entra a piccoli gruppi, di norma costituiti da massimo 25 persone in modo da mantenere un micro clima ideale all’interno dell’ambiente evitando di danneggiarlo.

E’ tanto piccola questa cappella, ma davvero bella, colorata, ricca di dettagli, costituita da un totale di 55 affreschi suddivisi in tre registri, raffiguranti gli episodi di vita di Gioacchino e Anna, genitori di Maria, gli episodi di vita di Maria stessa e infine della vita e morte di Cristo. Al di sotto dei registri vengono riportate le personificazioni dei Vizi e delle Virtù che accompagnano l’occhio del visitatore verso la corretta via della Salvezza.
Riflettono sicuramente l’accuratezza tecnica e stilistica di Giotto, il quale riesce a rendere con precisione volti e stati d’animo dei personaggi raffigurati, mediante una caratterizzazione delle espressioni e dei gesti  stessi e la maggior parte di questi vengono colti di profilo, di spalle o a tre quarti perché intenti a vivere quel momento, impegnati a svolgere momenti delle loro vite.

Inoltre, si può notare, come abbia reso in alcune di queste scene, ad esempio nelle finte architetture che scandiscono il ritmo narrativo delle pareti, la bidimensionalità, la profondità, l’effetto illusionistico che rappresentano qualcosa di nuovo per l’epoca anche se già vi sono accenni nel ciclo pittorico della parte inferiore della navata della basilica superiore di San Francesco di Assisi anch’essa affrescata da Giotto tra il 1292 e il 1296, prima della Cappella degli Scrovegni (1303/1305).

Sfortunatamente alcuni  affreschi, in particolar modo “ il Giudizio Universale” che è quello dominante dove vengono raffigurati i beati, alla destra del padre, illuminati dalla luce divina e i dannati, alla sua sinistra, ricoperti da una macchia di un colore rosso accesso, oscurati che confluiscono nella figura di Lucifero, risultano un pò sbiaditi, rovinati dal tempo ma, nel contesto generale, la pittura è ancora piuttosto conservata.

Sicuramente non posso che rimanere sbalordita dalla bellezza che sprigionano calcolando che sono stati realizzati in circa due anni, relativamente poco, con molta precisione anche se alcune figure rimangono tagliate perché Giotto, in qualche modo, voleva raccontarci delle storie, come se queste storie non si fermassero mai ma continuassero a svilupparsi all’infinito, inducendo il nostro occhio a non staccarsi mai da quei riquadri e ad immaginare cosa ci fosse prima o dopo, ponendoci la domanda costante di come poteva continuare quella scena. Lasciando libero arbitrio all’interpretazione dell’osservatore, questo permette ad ognuno di noi di sviluppare una libera e diversa opinione a riguardo, che non può essere considerata né giusta, né sbagliata, perché frutto della nostra mente unica, speciale e del tutto personale.

Volevo però, spostare l’attenzione sul cielo stellato che ricopre il soffitto della volta che a mio parere lascia trasparire serenità, armonia in un luogo in cui doveva regnare sovrano il silenzio e la pace essendo una cappella di devozione a Maria e Gesù. Un luogo in cui ritrovare se stessi e mi ricorda alla lontana  il meraviglioso mosaico del Mausoleo di Galla Placida a Ravenna, non è esattamente il giusto paragone ma nella mia mente, quel blu mi rimanda a quell’immagine, oltre alla Basilica di Assisi, già citata sopra.

Ciò che manca, secondo me, sono delle didascalie o per lo meno uno schema dell’intero ciclo pittorico che ci permetta di capire effettivamente i momenti della vita rappresentati in ogni affresco;  anche se alcuni sono facilmente riconoscibili, possono comunque sfuggire all’occhio meno acuto, non essendoci  nemmeno la possibilità di servirsi di un audio guida, i visitatori potrebbero osservare la meraviglia di quegli affreschi, senza capirne il senso.

Però è da apprezzare il mini video di presentazione che viene illustrato ai visitatori prima di accedervi, che permette loro di captare alcune informazioni base che permettano per lo meno di farsi un idea di ciò che stanno andando ad osservare ed è la cosa più importante, perché l’arte è questo, non solo affascinare, stupire, ma soprattutto capire, comprendere una realtà, una dimensione a noi ignota che potremmo gustarcela a pieno solo se abituiamo il nostro occhio a guardare, la nostra mente ad aprirsi al ragionare e il nostro cuore ad amare.

Giada Lasco

 

 

 

Giudizio Universale
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