Stati Uniti – La crisi del 29 e il New Deal

Egemonia statunitense

Nel ‘900 l’Europa smette di essere il centro del mondo. Già prima del 1914 gli Stati Uniti possedevano 1/3 della produzione industriale mondiale, poco meno di Inghilterra, Francia e Germania messe insieme.

Dopo la guerra da debitori che erano divennero i principali creditori mondiali. Il nuovo sistema americano era basato su taylorismo e fordismo. Frederick Taylor perfezionò il modello di organizzazione scientifica del lavoro attorno alla catena di montaggio (Chaplin Tempi Moderni). Ford era il proprietario della grande fabbrica di automobili che diminuì la giornata lavorativa degli operai ad 8 ore e il salario minimo a 5 dollari. L’operaio doveva essere in grado di comprare: è l’era del consumo.

Sotto l’aspetto politico il passaggio dell’egemonia dall’Europa agli Stati Uniti è molto meno marcato.

Il Presidente Wilson sul finire della guerra annuncia i suoi celebri 14 punti tentando di porre fine all’isolazionismo: pace giusta per tutti, relazioni internazionali trasparenti e democratiche e non tra oscure burocrazie, una società delle nazioni e risoluzione dei conflitti coloniali nell’interesse delle popolazioni soggette. I 14 punti non convinsero completamente nè l’Europa nè il Congresso che si chiuse nella tradizionale politica isolazionista.

Dal 1923 al 1929 gli Stati Uniti vissero un importante boom economico dato dalla crescita dei consumi. Nel 1926 iniziò il cosiddetto boom speculativo. Molte persone investirono nella borsa realizzando enormi guadagni anche prendendo i soldi in prestito dalle banche a tassi bassissimi. Sembrava la riuscita del sogno americano.

Il crollo della borsa

Il 29 ottobre 1929 i titoli azionari di Wall Street crollarono; si arrivò inaspettatamente vicino al collasso dell’economia mondiale. Vi fu a catena una crisi mondiale; la Germania fu la più colpita con 6 milioni di disoccupati e tre milioni di sottoccupati. Entrò in crisi sia la produzione di materie prime che di beni alimentari. I prezzi infatti scesero a dismisura, i contadini provarono ad aumentare la produzione facendo scendere ancora di più i prezzi. Non si trovavano soluzioni all’interno della cornice liberale. Nel 1931 l’economia abbandonò la politica liberista. Ovunque ci furono misure o spinte protezioniste e di controllo pubblico, autarchia, svalutazioni valutarie, assistenzialismo.

Le cause della crisi e la reazione di Hoover

La crisi del ’29 viene tradizionalmente considerata una crisi di sovrapproduzione; l’economia statunitense produceva di più di quanto riusciva a consumare.

Nel decennio 1920-30 le eccedenze americane erano state controbilanciate da ingenti prestiti all’estero di cui usufruirono i paesi europei nel primo dopoguerra.

Ma non sempre i paesi europei erano dei “buoni pagatori”. In molti casi non riuscivano a far fronte ai loro debiti come accadde in Germania, costretta a pagare debiti di guerra altissimi.

Wallace (uno dei membri del brain trust di Roosvelt) accusa l’Old Deal di aver condotto una politica economica folle ed incoerente: internazionalista quando si tratta di esportare, proibizionista quando bisogna importare. In questo modo, secondo Wallce, gli USA hanno fatto paralizzare il coomercio mondiale.

Hoover, presidente in carica nel 1929, allo scoppiare della crisi si disse convinto che il mercato avrebbe trovato da sè le forze per riequilibrare il sistema ed attribuì la colpa della crisi alla speculazione incontrollata in borsa.

Dal 1930 al 1932 gli investimenti privati continuavano a diminuire e non vennero controbilanciati da quelli pubblici che dopo esser stati, timidamente, alzati nel ’29 vennero tagliati nel 1930. Hoover, preoccupato dall’aumento del deficit, in sintonia con l’industria e la finanza, mirava al pareggio del bilancio.

La tipica scelta isolazionista americana venne riconfermata anche dopo la crisi. Molti economisti attribuiscono alle reazioni dell’amministrazione Hoover alla crisi una parte della colpa per la lunghissima eco del “crollo” del ’29. In particolare Kindleberger:

“…La depressione del 1929 ebbe tale estensione, profondità e durata per il fatto che il sistema economico internazionale venne reso instabile dall’incapacità della Gran Bretagna e dalla non disponibilità degli Stati Uniti ad assumersi la responsabilità della stabilizzazione su questi tre piani: a)Mantenere un mercato relativamente aperto per le scorte di merci in difficoltà; b)Provvedere alla fornitura di prestiti anticiclici a lungo termine; c) Sostenere il credito durante la crisi….quando ogni paese si volse a proteggere il proprio interesse privato nazionale, l’interesse pubblico mondiale venne messo fuori gioco; e, insieme ad esso, l’interesse privato di tutti”.

Il New Deal

Nel 1933 fu eletto presidente degli USA Franklin Delano Roosvelt. Accusò apertamente della crisi l’alta finanza e le banche. Individuando un nemico ottenne un grande appoggio popolare. Nel governo grande importanza, come mai prima, venne data a tecnici, sociologi, economisti. Venne creata un assicurazione contro i fallimenti bancari e rafforzata la Federal Reserve Bank. Con il National Industrial Recovery Act iniziò un grande programma di lavori pubblici con l’obiettivo di attenuare la disoccupazione e riprendere i consumi.

Altri importanti provvedimenti furono l’Agricoltural Adjustment Act e la Tennessee Walley Authority

Furono seguite più o meno le idee dell’economista Keynes sull’indebitamento statale a fini produttivi e l’aumento della spesa pubblica.

In Europa, negli stati autoritari, lo stato ebbe grande importanza nell’economia. Negli USA però gli interventi statali andarono di pari passo con l’allargamento dei diritti politici e lo stato si occupò dell’economia solo nei settori a lui tradizionalmente spettanti: opere pubbliche, assistenza, regolamentazione dell’attività finanziaria. Gli Stati Uniti rimasero capitalisti, l’Europa creò un sistema misto in cui lo stato assorbiva imprese produttive (banche e industrie). Roosvelt fu esaltato come un capo, un condottiero in battaglia.

Egli non fu mai un dittatore, il fondamento dello stato restava pluralistico, tuttavia il potere del governo federale aumentò notevolmente.

L’opposizione a Roosvelt

Gli interventi di Roosvelt mutarono la tradizionale politica economica liberista e causarono le radicali critiche della Liberty League.

Anche la Corte Suprema, che esercitava anche funzioni di corte costituzionale, fu spesso critica nei confronti di Roosvelt. Ad esempio essa bocciò la N.I.R.A., preoccupata del netto rafforzamento dell’esecutivo. Tuttavia Roosvelt ripropose il provvedimento nel 1935 con minime variazioni, con il nome di National Relation Labor Act (Wagner Act) , e riuscì a farlo approvare.

I risultati del New Deal

Dal 1932 al 1937 non si giunse mai ai livelli precedenti il ’29 ma ci fu una notevole ripresa. Solo nel ’39 grazie al riarmo in vista della guerra si raggiunsero i risultati precedenti la crisi.

Tra gli obiettivi raggiunti vanno citati il risanamento delle sistema bancario, la crescita delle imprese vive del paese, le grandi opere pubbliche, l’equilibrio complessivo nel sistema sociale ed economico americano, l’introduzione del welfare state, l’introduzione nel dibattito politico dei concetti di giustizia sociale richiesti dall’opinione pubblica. Tuttavia il New Deal non riuscì a far ripartire gli investimenti privati.

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