Il Daimon nella tradizione mitologica greca

Il termine daimon (Δαίμων), oggi tradotto comunemente demone, non va confuso con l’idea di essere demoniaco che si ha dall’avvento del cristianesimo. Di etimologia incerta, il termine è forse legato al verbo daiomai, che significa “spartire”, “distribuire”, che vorrebbe intendere che il demone è colui che “distribuisce, o assegna, il destino”.

Il vocabolo greco eudaimonia (“felicità”) ci indica infatti come, prima del cristianesimo, il termine dèmone non avesse quel significato negativo che ha poi acquistato: esso è composto da due termini: il primo, eu, vuol dire “bene”, l’altro, daimon, significa “dèmone”, o “piccolo dio”. Felice è dunque colui che ha un demone buono.

La parola daimon, è già presente nell’Iliade, e ivi è utilizzata per designare l’insieme degli dei olimpici o una singola divinità.

È nell’Odissea che troviamo invece una descrizione del daimon più vicina a quella che si farà strada nella filosofia greca, in particolar modo platonica: qui infatti il daimon è indicato come una potenza oscura e malvagia che si impossessa dell’uomo. Più frequentemente però, il termine esprime il potere divino, o l’idea stessa del divino, ma non interscambiabile con lo stesso theos, “dio”.

Inizialmente dunque la nozione di daimon indica una potenza anonima che suscita angoscia, invisibile e non rappresentabile plasticamente.

Già con Esiodo però, comincia a delinearsi un nuovo significato: essi divengono potenze intermedie tra gli dei, gli eroi e i mortali; questa concezione rimarrà invariata fino a Socrate e a Platone, che la svilupperanno ulteriormente. Per Esiodo  dèmoni sono le anime di coloro che sono vissuti nell’età dell’oro. Rappresentano la voce della coscienza personale, quasi un potere elementare dell’individuo: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma sceglierete voi il vostro demone” ammonisce Platone (Repubblica X 617e). E ancora “[…] Làchesi […] a ciascuna assegnava come custode della sua vita ed esecutore della sua scelta il demone che si era preso” (Repubblica X 620).

Nella tradizione greca, il significato di daimon si arricchisce ulteriormente: esso diviene infatti anche  l’indole dell’uomo, una sorta di modello da seguire per poter realizzare la propria moira, cioè la parte di destino assegnata all’uomo e poter così realizzare al massimo la propria natura. Eraclito di Efeso, infatti, diceva: l’indole è per l’uomo il suo daimon (DK 22 B 119).

Il demone è una entità che ha natura intermedia tra gli dei e gli uomini, che contribuisce a superare la divisione tra loro, facendoli comunicare.

Tra i più antichi demoni, troviamo Eros, che Platone definisce “Entità unificante”. Esso è infatti un semi-dio per metà umano e per metà divino. È soggetto alle passioni umane ma è immortale. È proprio a partire dalla descrizione di Eros che Platone arriva ad affermare l’esistenza dagli altri demoni e a identificarne la natura. Nel discorso di Diotima, nel Simposio, Platone ne  analizza la natura: figlio di Penia (Povertà) e Poros (Desiderio) si presenta come elemento mediatore tra il sensibile e l’intellegibile. Eros, forza cosmica, irresistibile, è legata alla generatività, processo in cui il desiderio e il bisogno oltrepassano la volontà individuale di uomini e dèi. Eros come desiderio legato al piacere domina, non si lascia dominare; Eros come potenza creativa non si lascia imbrigliare in schemi e limiti, ma tende a rompere ogni freno, ogni logica troppo razionale. Eros è dunque potenza temibile e originaria, legata alle radici profonde del nostro essere.

L’immagine di Eros si identifica quindi con quella di un essere che è al di fuori di noi ma che comunque è profondamente legato alla nostra natura, e questo lo avvicina alla descrizione comune che viene attribuita ai demoni anche dagli altri filosofi.

Altri filosofi greci tra cui Senocrate, Filippo di Opulente e Posidonio sono da considerare tra i primi divulgatori di una demonologia sistematica. I primi due per aver sottolineato la continuità tra il mondo umano e divino grazie alla funzione mediatrice dei demoni. Posidonio e la tradizione stoica invece, vedendo un identità tra l’anima e il demone interiore che abita nell’ uomo spostando l’accento da un piano puramente religioso a uno prettamente etico. Seneca, Epitteto e Marco Aurelio definiscono il demone come ciò che di divino c’è nell’uomo, pur mescolandolo ancora con l’idea di un essere divino che ci protegge dal di fuori. Con il Medioplatonismo la figura del Dèmone si connota in modo sempre più articolato e viene inserito come terzo aspetto della gerarchia del divino dopo il Dio supremo e gli Dèi secondari.

I greci non erano i soli ad essere a conoscenza dei daimon: gli egizi ad esempio credevano in uno spirito, una forza vitale che ci accompagna nella vita, il Ka; i nativi dell’isola di pasqua credevano negli Aku-Aku, spiriti appartenenti ad ognuno, che era possibile vedere e con cui, in casi fortunati, era possibile parlare. Inoltre, i popoli nordici credevano nei Dal’fek, spiriti propri di ogni guerriero, che avevano una  forma di animale che meglio esprimeva la loro personalità. I nativi americani invece credevano negli animali totem, animali che condividevano la loro conoscenza e il loro contatto con la natura e con il tutto, con chi fosse riuscito a stabilire un contatto con loro. Nell’Induismo, per esempio, è noto col nome di Atman, l’aspetto individuale di Brahman, o Sé universale.

Alcuni libri per approfondire il concetto di ‘demone’ in Socrate e Platone

Aggiungi un commento








Articoli correlati: