Il Daimon in Socrate e Platone

Busto di Socrate ai Musei Vaticani

Busto di Socrate ai Musei Vaticani

La più nota a accezione di daimon, è sicuramente quella che ci è stata tramandata da Platone e Apuleio, appartenente al padre della filosofia occidentale: Socrate.

Come scrive Nicola Abbagnano, la religione di Socrate “non è altro che la sua filosofia”.

Socrate non era ateo, ma anzi affermava di credere in una particolare divinità, figlia degli dei tradizionali, che egli chiamava dàimon.

Socrate si diceva tormentato da questa voce interiore che si faceva sentire non tanto per indicargli come pensare e agire, ma piuttosto per dissuaderlo dal compiere una certa azione.

Socrate stesso dice di esser continuamente spinto da questa entità a discutere, confrontarsi, e ricercare la verità morale:

“ch’ei m’avviene un che divino e demoniaco, come disse nella querela anche Meleto, pigliandosene gioco. Ed è una cotale voce, che, sino da fanciullo, sento io dentro. E tutte le volte che io la sento, mi svolge da quello che son per fare: sospingere, non sospinge mai”
(Apologia XIX)

Questo ‘spirito guida’, secondo il filosofo, è in realtà presente in tutti gli uomini, e accompagna ciascuno nel corso della propria vita. Non solo: infatti il daimon è anche il compagno scelto nell’Ade dall’uomo prima di cominciare la sua esistenza terrena e che, dopo la morte, guida l’anima sino al luogo in cui deve essere giudicata. Dunque, esso si configura come uno spirito guida della coscienza, e si identifica con le forze divine del male o del bene e arriva durante il sonno a consigliare ed illuminare.

Contrariamente a coloro che vedono nel daimon una sorta di simbolizzazione della coscienza morale, altri storici della filosofia, come ad esempio Guido Calogero, non condividono questa interpretazione del daimon :

«Però si tratta di una voce della coscienza alquanto strana, poiché il demone distoglie ma non invita, si limita cioè a proibire di fare qualcosa, ma non stimola a determinate azioni.

Io ho l’impressione, soprattutto in base al fatto che nessun socratico ha ripreso questo tema, che fosse un dato certamente caratteristico della biografia di Socrate, ma senza grande rilievo per la sua filosofia; un suo modo caratteristico di porgere e di presentare le cose, di motivarle e di giustificarle, ma privo di risvolti di carattere più generale e più filosofico.»
(in Erasmo, Socrate e il Nuovo Testamento)

Possiamo vedere come il demone non rappresenta solo quest’aspetto “interiore” ma viene ad assumere un ruolo centrale nel pantheon che da Platone si trasmetterà fino al cristianesimo.

In molte opere Platone ci parla di questo essere semidivino che fa da tramite tra il Dio e l’uomo; il demone aiuta l’uomo sia nel suo percorso terreno che in quello dopo la morte:

“A questo proposito si racconta che quando uno è morto il suo demone che l’ha avuto in custodia durante la vita, ha l’incarico di condurre la sua anima in un luogo prestabilito, dove si raccolgono tutte le altre anime per essere giudicate. Da qui, spinte da colui che ha il compito di accompagnarle, esse vanno verso le dimore dell’Ade. Qui, una volta subita la sorte loro assegnata e trascorso un periodo di tempo stabilito, un’altra guida le conduce nuovamente verso la terra ma questo attraverso un vastissimo arco di tempo”
(Fedone LVII)

Apuleio in De Deo Socratis ci ricorda:

“Plato omnem naturam rerum, quod eius ad animalia praecipua pertineat, trifariam divisit censuitque esse summos deos” (“Platone, esaminando la natura di tutte le cose, e principalmente quella degli esseri animati, li ha divisi in tre categorie: egli ha creduto che vi fossero degli dei superiori, delle divinità intermedie, e degli dei inferiori.  Egli li ha distinti tra loro non soltanto per la loro dimora, ma anche per la perfezione della loro natura”).

Platone non usa la parola “daimon” senza qualche ambiguità; in genere è sinonimo di Dio e talvolta con la sfumatura di un essere quasi umano. Nell’opera filosofica platoniana il “Symposium“, Diotima dice che Eros è un demone potente e che gli spiriti sono qualcosa tra Dio e l’umano.

Al quesito di Socrate: “Che potere hanno essi, dunque?”, Diotima risponde: “Sono gli inviati e gli interpreti che vanno e vengono tra cielo e terra, volando in alto con la nostra venerazione e le nostre preghiere, e discendendo con le risposte e comandamenti divini”. Poiché si trovano fra le due situazioni essi fondono i due lati insieme e le incorporano in un grande tutto. Essi formano il mezzo delle arti profetiche, dei riti sacerdotali, di sacrifici, iniziazioni e incarnazioni, di divinazíoni e di stregoneria; infatti il divino non si mescola direttamente con l’umano, ed è soltanto attraverso la mediazione del mondo della spirito che l’uomo, sveglio o dormiente, può avere qualche rapporto con gli dei. Vi sono molti spiriti e Eros (Amore) è uno di loro.

Platone, nell’opera Timeo, enuncia la sua dottrina secondo la quale ogni persona possiede un daimon divino, che è la componente più nobile della sua psiche:

“E conviene pensare cosí della gentilissima specie di anima che è dentro noi, che Iddio l’ha data a ciascuno di noi come demone; e diciamo ch’ella abita in su la sommità del corpo, e leva noi da terra per la parentela ch’ella ha con il cielo: imperocché non siamo noi piante terrene, ma sí celesti; e ciò noi diciamo molto dirittamente. E per fermo là sospese Iddio il nostro capo o radice, e dirizzò tutto il corpo, di dove trasse l’anima suo principio.”
(Timeo XLIII)

Ogni essere umano che cerca la saggezza divina alimenta il suo daimon, mentre la comunicazione e la superficialità lo sminuiscono.

Platone esplica questa dottrina anche nel mito di Er, narrato ne La Repubblica:

“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie una immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro.”
(Repubblica X)

Tuttavia è il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui il portatore del nostro destino. Ciò significa che l’anima non ricorda il motivo per cui ha scelto determinati genitori, certe caratteristiche psicofisiche o le prove che dovrà affrontare, ma che esiste comunque uno spirito-guida capace di indirizzare istintivamente l’individuo a compiere determinate scelte invece di altre.

E’ importante infatti assecondare la volontà del Daimon, simbolo dei bisogni, delle necessità e dei desideri che l’anima deve assolutamente soddisfare durante le fasi critiche dell’esistenza. Ciò significa che ogni essere ha una struttura psico-fisica , morfologica e fisiognomica, psicologica e psicoattitudinale, adatta a realizzare la vocazione dell’anima sulla terra e quindi il proprio specifico destino.

Il daimon è la creatura divina che presiede al destino di ciascuno. Nel racconto di Er, il daimon non capita in sorte, ma è oggetto di una scelta. La libertà di scelta rende la virtù “senza padrone”, a differenza di quanto avveniva nella morale tradizionale, ove questa era appannaggio di una figura sociale ben determinata, l’aristos, o comunque di un gruppo estremamente ristretto.

La scelta, e dunque la libertà, è qualcosa di indipendente dalla nostra immagine corporea e sociale: sono offerti alla scelta paradigmi di vita di tutti i tipi, di uomini, donne e perfino animali. La metempsicosi, in Platone, è un elemento assieme liberatorio e responsabilizzante; il caso che determina l’ordine della scelta non è decisivo, perché i paradigmi di vita sono più numerosi delle anime. Il fatto che questi paradigmi siano dei modelli offerti dalla Moira che canta il passato, Lachesi, non incide sulla libertà di scelta. Scegliere, nella prospettiva platonica, significa prendere possesso criticamente del proprio passato per migliorare il presente.

La morte era tradizionalmente un compimento, che dava garanzia di fissità e definitività all’esistenza umana. Per questo si pensava che l’eudaimonia fosse qualcosa di certo solo una volta terminato felicemente l’esistenza mortale. Nel racconto di Er, invece, la morte è un elemento di indeterminazione, che mette in dubbio la fissità delle immagini sociali del mondo dei vivi. Per la tradizione solo la morte poteva dirci chi era veramente padrone dell’eccellenza e aveva avuto un felice rapporto col mondo; per Er, la morte ci dice che la virtù non ha padrone. Le anime compiono scelte molto differenti fra loro: ciascuno si procaccia la felicità, nel senso moderno di soddisfazione personale, a modo proprio. Ma Socrate sottolinea che la questione dello scegliere, e dello scegliere giustamente, in modo da massimizzare l’eudaimonia, è un problema capitale.

Questa eudaimonia esiste non tanto perché un buon daimon presiede al nostro destino, quanto perché noi stessi abbiamo scelto un buon daimon. Elemento essenziale dell’eudaimonia, dunque, non è più il daimon, ma il carattere della nostra scelta. Non ci può essere eudaimonia senza autonomia. Se lo scegliere è essenziale, la felicità non può essere ridotta a un modello, in base al quale coltivare le persone. Anche per questo, i paradigmi di vita offerti in opzione sono numerosi e differenti fra loro.

Solo la trascuratezza ci fa dimenticare che noi, avendo scelto, siamo liberi, e che possiamo renderci migliori. La nostra libertà è “mitica”, nel senso che possiamo esserne consapevoli solo ricordando criticamente la nostra storia – come non potevano fare i poeti, i quali sono condannati alla ripetizione e all’immersione acritica in un flusso non concettuale, incontenibile e indefinibile, proprio come l’acqua del fiume Amelete.

In un altro dialogo, Il Simposio, Platone descrive i demoni come messaggeri della volontà divina e esseri di contatto tra i mortali e gli dèi:

E’ grazie all’elemento demonico che hanno potuto esserci la divinazione e le pratiche dei sacerdoti, in rapporto alle cose che hanno a che vedere con i sacrifici, i riti di iniziazione, gli incantesimi, le diverse profezie e la magia.
(202E-203A)

Alcuni libri per approfondire il concetto di daimon in Socrate e Platone

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