Logica e retorica in Aristotele

Aristotele distingue in sillogismi dimostrativi e sillogismi dialettici (Analitici primi e Analitici secondi). La classificazione dei sillogismi è utile per distinguere i ragionamenti che avvicinano alla verità da quelli che non lo fanno. Se tutti gli A sono B, e tutti i B sono C, allora tutti gli A sono C. Perelman afferma che l’inferenza è valida a prescindere dalla verità delle premesse; conta, infatti, solo che le conclusione sia vera se le premesse sono valide. Da quanto detto, tuttavia, non è necessario che la conclusione sia vera solo se le premesse sono vere, basterebbe solo che le premesse siano valide per avere una conclusione vera; in verità non deve essere così.
Bisogna correggere la frase di Perelman, dunque; possiamo stabilire che la conclusione è vera se e solo se le premesse sono vere. Ci deve essere un rapporto fra la verità delle premesse e quella della conclusione. Ci sono delle parole nella forma logica che possono essere definite costanti, perché non possono variare (né loro, né il loro significato).
Essendo la verità una proprietà delle proposizioni, indipendentemente dall’opinione degli uomini, i ragionamenti analitici sono dimostrativi e impersonali; ciò non vale tuttavia per i ragionamenti dialettici. C’è differenza, dunque, tra logica formale/deduttiva/matematica e logica argomenta-tiva/dialettica; la seconda dipende dalle opinione del particolare uditorio.
Per Platone la dialettica è un metodo per giungere alla verità sulla natura dell’oggetto in discussione; svolge il ruolo che per Aristotele ha il sillogismo dimostrativo. Un ragionamento dialettico per Aristotele è un ragionamento le cui premesse sono generalmente accettate come vere; la differenza tra ragionamento dimostrativo/analitico e ragionamento dialettico è che nel primo le premesse sono vere per tutti, nel secondo sono “generalmente accettate”.
Aristotele parla dei ragionamenti dialettici nei Topici; si ha dimostrazione se le premesse sono elementi veri e primi (assiomi, autoevidenti) oppure se derivano da elementi veri e primi (di cui si dimostra la verità o la falsità). Negli Analitici secondi, egli afferma che il sillogismo dimostrativo comporta conoscenza scientifica, necessariamente vera; gli elementi delle premesse sono primi, veri, immediati, più noti della conclusione, anteriori ad essa e che sia causa di essa. Un sillogismo è una cosa più ampia di una dimostrazione; la seconda nasce da premesse prime e vere, il sillogismo invece non necessariamente, bastano delle premesse valide. Dialettico è il sillogismo che conclude da elementi fondati sull’opinione, le cui premesse sono generalmente accettate; i dialettici non sono impersonali come i dimostrativi perché dipendono anche dall’uditorio.

La confutazione è un sillogismo che deduce la proposizione contraddittoria ad una certa conclusione (Confutazioni sofistiche). Occorre distinguere gli argomenti che sono sillogismi o confutazioni da quelli che sembrano esserlo ma in realtà non lo sono; i sofisti, tramite l’eristica, sfruttano la somiglianza tra realtà e apparenza per ingannare l’ascoltatore. Tuttavia può cadere nei tranelli del linguaggio solo chi ha una certa inesperienza od ignoranza. I sofisti dimostrano di esser saggi ma in realtà non lo sono; infatti a costoro importa solo l’apparire di essere saggi. Il filosofo ha un duplice compito, afferma Aristotele: condurre dei buoni sillogismi e dunque raggiungere la verità e smascherare al contempo chi dice il falso; essere capaci di dare dei buoni argomenti mirando alla verità e saper farseli dare.

Egli fornisce quattro generi di argomentazione:

  1. didattiche, in cui si deduce qualcosa partendo dai principi di una dottrina, dagli elementi primi veri (sillogismi dimostrativi);
  2. dialettiche, in cui si deduce da premesse fondate dall’opinione una conclusione contraddittoria ad una certa tesi (dialettica di Zenone eleatico);
  3. saggiatorie, in cui si deduce da premesse che sembrano accettabili a chi risponde e che debbono essere necessariamente conosciute da chi pretende di possedere una scienza (chi fa una affermazione deve essere in grado di fornire una dimostrazione, bisogna “saggiare” la sua conoscenza, bisogna metterlo alla prova);
  4. eristiche, in cui si deduce partendo da proposizioni che sembrano fondate sull’opinione ma non lo sono (in realtà la deduzione è errata anche se sembra corretta).

Nelle argomentazioni eristiche vi sono cinque scopi:

  1. la confutazione dell’avversaria tesi;
  2. il provare una falsa asserzione dell’avversario;
  3. il ridurre ad un paradosso l’avversario;
  4. il costringerlo ad un solecismo (errore di linguaggio, grammaticale)
  5. il far sì che l’interlocutore non dica nulla di consistente, bloccando la sua argomentazione.

Se l’argomentazione sembra vera sia al pubblico che all’interlocutore, allora il sofista ha vinto, a prescindere da quale scopo abbia perseguito.

Sia Platone che Aristotele distinguono le argomentazioni in base allo scopo di chi argomenta, al numero e alle caratteristiche degli interlocutori e alla simmetria od asimmetria del ruolo svolto da argomentatore e destinatario. Gli argomenti usati dai sofisti seguono i sillogismi, ma portano a conclusioni non vere.

Il proposito dei ragionamenti dialettici è quello di convincere e persuadere, secondo Perelman; non consistono in inferenze valide e vincolanti ma presentano argomentazioni più o meno forti e convincenti; non sono impersonali come quelli analitici, ma si valutano in base al loro effetto su un soggetto —> non sono indipendenti dall’uditorio (come faceva notare anche Platone riguardo alla retorica). Ovviamente vi sono diversi gradi di rigore a seconda dell’argomento, come dice anche Aristotele nella sua Etica nicomachea; e su questa base Perelman fa notare che su certi campi si devono esigere delle dimostrazioni rigide, mentre su altri si può ricorrere alla persuasione.

Ma cos’è la retorica per Aristotele? Egli la definisce come “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”; nessuna delle altre arti si occupa del persuasivo in quanto tale, il loro scopo è solo quello di persuadere intorno ai loro argomenti. Si applica a tutti i generi, così come la logica. Da cosa deriva la “forza” della persuasione? Quali sono i fattori che incidono sulla persuasione?

La forza persuasiva, secondo Aristotele, può basarsi:

  1. sul modo in cui il discorso manifesta il carattere dell’oratore (ethos);
  2. sul modo in cui il discorso conduce gli ascoltatori ad una passione (pathos);
  3. sul modo in cui il discorso dimostra qualcosa di vero o di vero apparente (logos).

Questi tre elementi possono esistere da soli o devono per forza combinarsi fra loro?

La persuasione basata sul logos sembra avere in sé la potenza necessaria ad operare da sola: qual è la forza persuasiva dell’argomentazione logica, della “costrizione” logica? Questa forza porta a modificare le nostre convinzioni anche quando ci teniamo molto; esempio emblematico di questa forza si ritrova nelle conclusioni matematiche —> incommensurabilità della diagonale fondata sul fatto che, se si considera la sua commensurabilità, i numeri pari sono uguali ai numeri primi (dimostrazione per assurdo). Anche chi non ci crede deve arrendersi di fronte all’evidenza logica.


Ancora Aristotele

La nuova retorica di Perelman sarebbe una ripresa della retorica e dialettica greche, che si contrappone al razionalismo cartesiano, che afferma essere fondata solo la logica dimostrativa della matematica.

Riassumendo, Aristotele:

  1. mette in risalto l’esigenza di distinguere argomenti validi da quelli che sembrano solo esserlo;
  2. definisce una nozione di argomento deduttivamente valido (che preserva la verità), ed è il sillogismo; nei suoi Analitici primi, distingue le varie figure di sillogismo. Può essere vera la conclusione è false le premesse (tutte e due o solo una di esse); tuttavia è impossibile che le due premesse siano vere e la conclusione no;
  3. distingue due tipi di sillogismo: dimostrativo (da premesse vere) e dialettico (da premesse accettate come tali dagli interlocutori);
  4. distingue, in base allo scopo, quattro tipi di argomentazione con un solo interlocutore: didattica, dialettica, saggiatoria ed eristica (od agonistica); la bontà dell’argomentazione dipende anche dal contesto, dalla natura dell’interazione tra gli interlocutori;
  5. definisce la retorica come disciplina che si occupa della proprietà dell’essere persuasivo in ogni ambito di discorso;
  6. distingue tre fattori che incidono sulla forza persuasiva: ethos, pathos e logos;
  7. distingue tre tipi di argomentazione retorica di fronte ad un pubblico numeroso: deliberativa, giudiziaria ed epidittica;
  8. distingue quattro fasi nella realizzazione di un discorso: inventio (quali argomenti possono servire per persuadere il pubblico?), dispositivo (come ordinare questi argomenti?), elocutio (come metterli in veste linguistica? Quali parole), actio (come esporre? Quale tono di voce, quali gesti?).
    Cos’è la forza persuasiva? Da cosa dipende? Come si può far cambiare opinione ad una persona, convincerla a comportarsi come noi vogliamo?

La forza persuasiva, secondo Aristotele, può basarsi (secondo la Retorica):

  1. sul modo in cui il discorso manifesta il carattere dell’oratore (ethos);
  2. sul modo in cui il discorso conduce gli ascoltatori ad una passione (pathos);
  3. sul modo in cui il discorso dimostra qualcosa di vero o di vero apparente (logos).

La persuasione basata sul logos è la più importante, perché “costringe” l’interlocutore ad ammettere una verità, od una verità apparente, a prescindere dalle sue convinzioni e dall’attaccamento che egli ha per queste. Esempio eclatante, abbiamo detto, sono le dimostrazioni matematiche. Una dimostrazione come quella della irrazionalità di radice di due, costringe ad accettare qualcosa di sorprendente, traumatico e che non si accorda con ciò che il pubblico crede desidera… e questa non è certo “adulazione” nei confronti del pubblico.

Tuttavia vi sono molti fattori che incidono sulla persuasione e molti scopi a cui mira chi persuade; questo tipo di argomento non si basa sul logos ma sul pathos; il suo scopo è fare leva sui sentimenti e le passioni degli interlocutori per far prevalere la propria opinione. Oggi si stampano e pubblicano molti libri sulla pratica dell’argomentazione; gli esperti del settore fanno chiaramente capire che ciò che conta nelle opinioni umane non è la forza della verità, né la ricerca della stessa, bensì l’amor proprio, l’orgoglio e l’identità con l’opinione stessa.

Per quanto concerne la argomentazioni basate sull’ethos, è ovvio che conti parecchio la figura, la fama, la stima che si ha dell’oratore; una persona affidabile, apparentemente onesta, risulterà vittoriosa nei confronti di un oratore infido e di scarsa fama (o fama negativa); conta il modo in cui si pone una persona, il suo carisma, la sua credibilità. Nelle questioni controverse ci si fida maggiormente delle persone che si reputano oneste o sincere, ma non si tratta ovviamente di questi due soli aspetti. In generale i libri sull’arte persuasiva mettono al primo posto l’ethos, poi il pathos ed infine il logos. Il carattere attribuito all’oratore può essergli conferito sia in base a fattori esterni al discorso, sia in base alle caratteristiche dello stesso. Aristotele afferma che “occorre che la fiducia provenga dal discorso e non da un’opinione precostituita sul carattere dell’oratore”.

Del fatto che l’oratore sia persuasivo, le cause sono tre: la saggezza, la virtù e la benevolenza; la mancanza di una o più di queste qualità, infatti, porta gli ascoltatori a ritenere che l’oratore possa mentire e dire il falso. Non occorre essere in questo modo, basta apparire così; bisogna far capire di essere assennati, equilibrati, informati, brave persone ed amici rispetto agli ascoltatori.

Aristotele termina il primo libro analizzando i tre tipi di discorso:

  • discorso deliberativo: Di questo tipo di retorica fanno parte i discorsi di esortazione e dissuasione, siano essi privati (consigli o rimproveri) o pubblici (è il caso di leggi e costituzioni). Un discorso deliberativo tratterà dunque temi politici o morali, e i suoi fini saranno la felicità e il bene (1359a-1366a); esso tratta dell’utile e del nocivo ed ha come riferimento temporale il futuro; infatti ogni decisione deve essere presa necessariamente nel futuro o per il futuro. Nella deliberazione si consiglia e si sconsiglia su qualcosa da decidere o da fare;
  • discorso giudiziario: E’ il tipo di retorica utilizzato nei tribunali, per difendere o accusare un imputato. Esso fa largo uso argomentazioni non tecniche (leggi scritte e non scritte, testimonianze, contratti), e cerca di indagare la causa di un’azione delittuosa, tentando anche di determinare se un’azione è peggiore di un’altra (1368b-1377b); tratta dunque del giusto e dell’ingiusto ed ha come riferimento temporale il passato: infatti ogni azione si giudica per come è stata nel passato. Qui si accusa e si difende qualcuno o qualcosa;
  • discorso epidittico: Il genere inventato da Gorgia, che ha come scopo la lode e il biasimo. La retorica epidittica mira infatti a dimostrare la virtù e l’eccellenza di una persona, attraverso le varie forme di elogio (1366a-1368a). Questo tipo di discorso si riferisce al bello ed al brutto ed ha come riferimento temporale il presente, secondo Aristotele: infatti si loda un oratore od in generale una persona per come è, non per come era o per come sarà. Qui si elogia o biasima qualcuno o qualcosa.

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